L’Italia non è nostra! Le due facce della migrazione

C’è uguaglianza tra gli uomini, intendendo quella parità di diritti e doveri di fronte alla comunità? Purtroppo no, ed è così da sempre. C’è ancora insomma chi di fronte alle leggi, al potere, all’amministrazione della cosa pubblica e spesso anche di fronte ai casi della vita, è “più uguale degli altri”. La sola cosa che forse, in talune nazioni, viene offerta come possibile ponte verso l’uguaglianza è data dalle opportunità offerte.

Potrebbe essere, dicendolo con le dovute cautele, il caso del “sogno americano”, quello cioè che vuole che a tutti venga data, in una certa misura, la possibilità di realizzarsi, di emergere, di cercare la felicità. In Italia purtroppo anche questa possibilità, all’atto pratico, è solo teorica dato che il più delle volte è condizionata da troppi fattori ad essa estranei.

Il nostro povero Paese è troppo corrotto, troppo clientelare, troppo nepotista, e la classe politica che lo governa è troppo mediocre per non avere la necessità di alimentarsi ricercando soprattutto il servilismo. E così i nostri giovani cercano la loro realizzazione all’estero, quantomeno lo fanno i più capaci e brillanti, poco inclini a cercare scorciatoie avvilenti per restare in Italia, un paese che per altro non ha più una gran considerazione internazionale e che continua a destinare una percentuale irrisoria delle sue risorse all’istruzione, alla ricerca e alla cultura.

Allora potremmo dire che l’unica possibilità di uguaglianza che ci rimane consiste nell’opportunità di migrazione, caratteristica per altro scritta nel Dna umano. L’uomo è infatti nato nomade. Prima della scoperta dell’agricoltura e di diventare stanziali, siamo stati dei cacciatori-raccoglitori. Vivevamo all’interno di comunità che si spostavano continuamente seguendo la selvaggina, le risorse spontanee della natura, le condizioni climatiche più favorevoli. E questo è stato vero per decine di migliaia di anni, molto più dunque delle poche migliaia di anni della nostra storia di umanità stanziale.

Ogni epoca ha conosciuto migrazioni, alla base delle quali c’era sempre la ricerca di una vita migliore, con l’aggiunta spesso di una necessaria fuga da situazioni difficili. Il periodo storico che stiamo vivendo non fa eccezione, sebbene cambino alcune caratteristiche del fenomeno. Ormai da tempo è in atto in Italia, da un lato, una fuga dei cervelli, con i nostri giovani più istruiti e brillanti che vanno a cercare meritocrazia e modernità negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, Germania, Francia, Australia. Essa segue, con alcuni decenni in mezzo, le nostre grandi fasi migratorie del passato, dovute invece alla fame e all’arretratezza del Paese.

Dall’altro lato l’Italia è anche meta di arrivo di migranti, anch’essi in fuga dalla fame e dall’arretratezza, con l’aggiunta di guerre e regimi dittatoriali. Non molto diversi, del resto, dai nostri nonni che partivano con le valige di cartone verso l’Europa del Nord, o l’Argentina o ancora gli Stati Uniti.

C’è un presupposto, comunque, dal quale bisogna partire: le migrazioni sono un diritto e nessuno è proprietario della terra dove è nato né può vantarvi diritti. Si sente dire troppo spesso infatti, a proposito dei tanti nigeriani, ghanesi, magrebini, etc, che arrivano sui barconi: “non li vogliano sulla nostra terra!”. Si tralascia però di considerare che il suolo italiano non ci appartiene, al massimo ci è stato affidato, e se vogliamo dirla tutta, neanche ci meritavamo tanto onore, visto come lo trattiamo e come lo stiamo riducendo.

Una parola potrebbe definire chi ritiene di poter decidere chi può state sul suolo padano, o toscano, o calabrese: razzista. Ma non sempre si tratta di razzismo. Molto spesso infatti, i tanti che, nei servizi giornalistici, vediamo agitarsi contro gli immigrati sono manovrati da qualcuno che va alla ricerca del consenso e di una crescita politica, ma anche di qualcos’altro.

Che vi sia la speranza, in una certa area del potere, di negare il diritto alla migrazione cercando di prendere in questo modo due piccioni con una fava? Vale a dire, da un lato tenere lontani un po’ di immigrati africani, ma sopratutto, dall’altro lato, controllare e dirigere il pensiero della gente, convincendola che essere “padroni” è più importante di essere liberi.

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